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Benvenuti nello Space di Granello! |
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Il granello di senape “è il più piccolo di tutti i semi, ma, una volta cresciuto, è il più grande degli altri legumi e diventa un albero …” (Mt.13,32) vuol essere un richiamo a quel granellino che è piccolo, ma contiene già in sé le tracce del grande albero a cui dà vita. La nostra parrocchia è un po’ come un grande albero su cui si posano e si annidano tanti “uccelli del cielo”, grazie ai molti rami che, crescendo negli anni in altezza e numero, li continuano ad accogliere e ad ospitare. Per la grazia del Signore, il Regno dei cieli nasce dalle piccole cose e cresce silenziosamente e lentamente intorno a noi. A voi, con sguardo attento, la gioia di contemplarlo … LASCIATE UNA TRACCIA DEL VOSTRO PASSAGGIO NEL NOSTRO "LIBRO DEGLI OSPITI"...
12月21日 I primi 5 vincitori della Lotteria parrocchiale di Granello 1° premio: Un orologio da polso: Sig.ra Sandra Gori 2° premio: Penna d'argento: Evere Russo 3° premio: Borsa Benetton da donna: Gabriele Taccetti 4° premio: Braccialetto Swarovski: Elena Puccioni 5° premio: Orecchini d'argento: Cosimo Crea
La somma raccolta (350 euro) è stata consegnata al parroco per il completamento dei lavori a S. Francesco. I premi erano tanti, non elenchiamo qui tutti i nomi. I vincitori saranno comunque contattati per telefono. 12月6日 Tombola di Natale9月27日 Incontro con un missionario speciale...INCONTRO CON UN MISSIONARIO SPECIALE: FRATE VINCENZO, IL “CAMORRISTA DI DIO” di Valentina Giani
Padre Vincenzo è un frate camilliano, missionario in Burkina Faso dal 1968. Dopo 40 anni è ancora lì, tra gli ultimi, tra i più poveri, ad aiutare, a donare se stesso senza risparmiarsi, a curare i malati di lebbra perché, come dice lui, la sua missione è quella di amare il prossimo, come Gesù ci ha insegnato. Quell’afoso pomeriggio di sabato, a Ouagadougou, la capitale del Burkina Faso, avevamo appena pranzato ed attendevamo l’incontro con frate Vincenzo. Ci aspettavamo un tranquillo incontro, una chiacchierata di mezz’ora con il religioso, magari sorseggiando una limonata. Ad un certo punto, udiamo un gran strombazzare di clacson: era arrivato il frate sul suo fuori strada. Nel cassone posteriore stavano almeno 10-12 giovani della parrocchia, volontari. Basso, tarchiato, capelli bianchi, lunghi ed incolti, barba altrettanto lunga ed altrettanto incolta: frate Vincenzo sembrava uscito da un’avventura. Ed in effetti, la sua vita è stata un’avventura, al servizio di Dio e dei fratelli più poveri. Nato a Napoli 71 anni fa, da ragazzo era la disperazione di sua madre, sempre in giro con una banda di altri ragazzini, prepotente, selvaggio. Poi l’incontro con il Signore, improvviso. E tutto cambia, le prospettive si rovesciano. Decide di farsi padre camilliano. Nessuno crede che durerà, ed invece eccolo lì, in missione da una vita, come ha sempre desiderato. In fondo è rimasto un camorrista, un “camorrista di Dio”: selvaggio, simpatico, cuore aperto, mani bucate, sciatto nell’abbigliamento, la veste sempre di traverso, legata in vita da un’alta cintura di cuoio grezzo. Ricorda un po’ un albero di baobab: sembra massiccio, rigido, rugoso…poi lo tocchi ed è morbido, flessibile… Così è frate Vincenzo: burbero, ma sempre capace di una carezza, prepotente, ma che si disfa il cuore in mille pezzi per i suoi poveri ed i malati di aids, i malati mentali, i lebbrosi, e le cosiddette streghe di Tenghin, le “mangiatrici di anime” che lui definisce scherzosamente “le sue mogli”. Le mangiatrici di anime sono povere donne vittime di spietati rituali. La loro è una storia primitiva e tragica, che si ripete villaggio dopo villaggio. Succede che, quando una donna rimane sola perché vedova, o perché sterile, o semplicemente perché abbandonata da marito, il villaggio comincia a guardarla con sospetto. Così si decide di allontanarla dal gruppo e, dopo qualche tempo, il capo villaggio applica la più odiosa delle leggi tribali, che ha le sue radici nella religione animista basata sul culto degli antenati e degli spiriti. Quando un uomo del villaggio muore, è alla donna che viene addossata la colpa. Per mostrare a tutti che di quella donna è meglio fare a meno, il corpo del defunto, sistemato su una barella di paglia, fa il giro del villaggio. Quando passa davanti alla casa della futura strega, il corpo improvvisamente si mette a sussultare. <<Ecco – grida il capo del villaggio – quella è la donna che gli sta rubando l’anima!>>. La conclusione si immagina facilmente. Alla strega viene concessa una notte per riflettere sul da farsi. Poi, il capo villaggio si sentirà libero di decidere come giustiziarla: rogo o lapidazione. Fra Vincenzo ha deciso che non poteva non reagire alle storie, spesso raccapriccianti, che arrivavano dalle campagne. Sono circa 10 anni che si reca nella savana a raccogliere queste donne ripudiate. La notizia gli arriva alla missione, gli danno un’indicazione geografica di massima e parte sul suo fuori strada alla ricerca. A volte, purtroppo, non arriva in tempo. Altre volte, trova queste donne e le conduce al Centro Delwende Te Tanghin, una serie di capannoni definiti <<le case delle streghe>> che, grazie alla Croce Rossa, hanno tetto e pavimenti. Qui le donne riescono a ritrovare la forza di un sorriso. Passano il tempo a filare, cucinare e pregare. Pregano in un una stanza dove non ci sono croci alle pareti, ma solo un tavolo, una sedia ed un lacero tappeto disteso per terra. Questo perché chi vuole, prega il suo Dio. Nessuno impone confessioni religiose.
Quel sabato, padre Vincenzo, dal finestrino del suo fuori strada, ci fa cenno di seguirlo. Ci conduce al lebbrosario di Paaspanga. Ad aspettare lui ed i suoi ragazzi, tante persone malate di lebbra, qualcuno solo all’inizio, altri ormai segnati e deformati dalla malattia. Lui ed i volontari, giovanissimi, si mettono a lavare le ferite, cambiare le fasciature, medicare quelle brutte ferite…non solo quelle del corpo. Ma una cosa in particolare ci colpisce: tutti i volontari indossano i guanti, padre Vincenzo no. Più tardi gli abbiamo chiesto spiegazioni. Questa è stata la sua risposta: << Da piccolo sono stato malato a lungo. Mia madre mi è sempre stata vicino, curandomi assiduamente. Lei non portava i guanti. E poi, quando Gesù è stato deposto dalla croce, era ricoperto da mille sozzure: sporco, sudore, sangue, sputi, residui organici [lui ha usato altre parole…]. Avete mai sentito o letto nei Vangeli che la Madonna portava i guanti quando lo ha abbracciato, baciato e ripulito? Ecco, per questo motivo io non li porto>>. Un volta gli fu imposto dai suoi superiori, per motivi igienici. Egli ubbedì. Allora i malati gli dissero: “fratello, perché porti i guanti? Ti facciamo schifo adesso? Non ci vuoi più bene?” Da allora Vincenzo non mette più i guanti per curare le ferite dei lebbrosi.
Frate Vincenzo dice che, ad ognuno di noi, è stata affidata una missione da portare avanti in base ai propri “talenti” e predisposizioni. Alcuni sanno parlare bene e testimoniano così la Parola di Dio. Altri, come lui, non sanno parlare, ma cercano di mostrare e trasmettere con le opere, con il proprio esempio, l’amore di Gesù ed i suoi insegnamenti.
Solo nella sua parrocchia padre Vincenzo battezza mediamente 25-30 persone ogni anno, soprattutto musulmani.
Caterina, una delle cosiddette “mangiatrici di anime” salvate dal frate, un giorno gli domandò: <<Perché ti prendi cura di me? Tu sei bianco. E invece io sono nera e sono dovuta fuggite dalla mia gente che voleva uccidermi>>. <<Perché siamo tutti fratelli>> - rispose il missionario. Replicò lei: <<Se siamo
tutti fratelli, chi sono i tuoi genitori, che sono anche i miei?>>
9月8日 Abbiamo un nuovo Vescovo!!!SALUTO DEL NUOVO ARCIVESCOVO ALLA CHIESA E ALLA CITTÀ DI
FIRENZE Fratelli e Sorelle carissimi, avevo poco più di 19 anni quando, all’indomani del 4 novembre 1966, insieme ad alcuni amici del Seminario Lombardo di Roma decidemmo di partire notte tempo alla volta di Firenze. Ricordo ancora, non senza emozione, l’impatto devastante dell’acqua e del fango che invadevano la città, e lo sguardo attonito di tanti, specie bambini e anziani, di fronte a ciò che li circondava. Furono momenti di paura e di fatica, ma anche di solidarietà e di speranza. Su tutto alla fine sembrò prevalere un senso di liberazione: ogni oggetto che veniva tratto in salvo, ogni casa restituita alla vita era un dono che ridonava luminosità allo sguardo di qualcuno. Quei giorni mi svelarono una cosa che non avrei più dimenticato: la bellezza ferita eppure composta e al dunque inviolabile di questa città, delle sue pietre e della sua gente. Il ricordo è per introdurre una confidenza. Quando mi è stata comunicata la decisione del Santo Padre di inviarmi a Firenze come Arcivescovo, mi è sembrato per un attimo di risentire il frastuono e la convulsione di quei giorni. Questa volta erano le acque impetuose della mia personale trepidazione, consapevole come sono della distanza che sempre rimane tra il dono di Dio e la limitatezza dell’uomo. E tuttavia proprio quel ricordo giovanile mi ha accompagnato da subito nella preghiera per Voi e, nell’attesa di incontrarVi, mi ha confortato. Mi sono accorto così, con il passare dei giorni, che la mia era certo trepidazione, ma non timore, perché nulla può impaurire un discepolo che vuole seguire Gesù, essendo certo il Suo sostegno sempre affidabile. L’unico timore che ci è dato di nutrire è quello verso Dio, e si traduce non nella paura ma in obbedienza e dedizione. Sono proprio questi gli atteggiamenti di fondo con i quali fin da ora vorrei presentarmi a Voi: obbedienza al Signore e dedizione al Suo popolo, perché la testimonianza di Lui possa risplendere in noi e possiamo insieme rifrangerla sulla città e il territorio in cui è posta la tenda della nostra Chiesa, diventando, secondo il precetto di Gesù (cfr Mt 5,13-16), sale e luce per la terra in cui siamo chiamati a vivere la nostra fede. So che il Signore mi manda a una Chiesa singolare per storia, arte e temperamento civile. Tanta ricchezza ridonda fino ai giorni presenti, pur non privi di difficoltà e ombre. Anche oggi, infatti, non mancano i segni della santità, le tracce della bellezza, i cercatori della verità, i testimoni dell’amore. Chi crede e ama, sa che la speranza prevale, e tutto vince. Per questo, a ognuno di Voi, guardandolo distintamente negli occhi, chiedo di aprirsi senza remore all’ascolto della Parola che genera la fede e alla comunione che valorizza tutti i doni e che è premessa della missione. Ognuno secondo il proprio ministero, carisma e condizione di vita: sacerdoti e diaconi, religiose e religiosi e tutti i consacrati, fedeli laici, donne e uomini; e poi anziani, adulti, giovani, ragazzi, fanciulli con tutte le famiglie, e una esplicita preferenza per quanti sono nella sofferenza, specialmente a causa di disabilità o malattie, e per quanti sono afflitti dalla povertà nelle sue varie forme. A tutti offro disponibilità all’ascolto e al dialogo, chiedendo a mia volta di essere accolto e aiutato a svolgere il mio servizio per la crescita comune. Mi piace parlare di questo servizio con le parole dell’apostolo Paolo: «preparare i fratelli a compiere il ministero, allo scopo di edificare il corpo di Cristo, finché arriviamo tutti all’unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, fino all’uomo perfetto, fino a raggiungere la misura della pienezza di Cristo» (Ef 4,12-13). Non c’è un modo più efficace per dire quello che ci attende, quello che a partire da oggi sarà il senso di ogni mio pensiero e di ogni mio passo, a cui chiedo si uniscano i vostri pensieri e i vostri passi, perché insieme abbiamo a camminare verso quella concordia e quella pace di cui Firenze è stata nel mondo un faro luminoso. E dovrà continuare ad esserlo, attraverso una nuova creatività. È questo che sentiamo come nostro imprescindibile dovere e questo ci domandano anche quanti – non credenti o credenti di altre esperienze religiose – condividono con noi l’umana esperienza in Firenze e nelle altre città e paesi di questo territorio: anche a loro va il mio saluto rispettoso e cordiale, nella certezza che sia possibile operare solidalmente nella ricerca del bene comune. L’ora di Firenze non appartiene al passato. Non si spegne il genio di una città e di una terra se il braciere di Dio continua ad ardervi e a purificare i cuori, se le intelligenze continuano a interrogarsi e a cercare, se le volontà riescono a uscire dal proprio guscio e si proiettano verso traguardi inediti, commisurati alle sfide e alle responsabilità. La mia nomina viene resa nota nel giorno in cui, più di sette secoli fa, fu posta la prima pietra della nostra Cattedrale: è una felice coincidenza, che a tutti ricorda come le promesse di Dio si dischiudono a ogni tornante della storia, in ogni stagione in cui si edifica la Chiesa, che poggia sulla pietra angolare che è Cristo, Fiore sbocciato dal seno verginale di Maria. A me viene chiesto – per grazia − di continuare ora l’opera che i miei predecessori hanno orientato nei tempi passati, fino agli ultimi: il cardinale Silvano Piovanelli e il cardinale Ennio Antonelli, chiamato a una nuova significativa missione a servizio della Chiesa universale. A loro e a tutti i pastori dell’Arcidiocesi fiorentina va in questo momento il mio pensiero e la mia gratitudine. A tutti Voi chiedo fin da ora il dono di una preghiera come supplica d’amore, perché alla mia indigenza soccorra la potenza del Signore. Così uniti, non ci mancherà la potente intercessione della Vergine Maria, della cui nascita oggi facciamo memoria, quella di San Giovanni Battista, di San Zanobi, di tutti i Santi e i Beati della Chiesa fiorentina, alla cui protezione affido me, il mio ministero, la città di Firenze e le città e i paesi dell’Arcidiocesi tutta.
Roma, 8 settembre 2008 Memoria della Natività della Beata Vergine Maria
+ Giuseppe Betori Arcivescovo
eletto di Firenze
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